giovedì 10 novembre 2011

Profezia. Novembre 2009 - Novembre 2011

Vivevamo in un Paese dimentico di se stesso. Apparentemente nulla era cambiato. Non c’erano uomini in divisa nera a marciare per le strade, né roghi di libri o notti dei cristalli. La nostra era una quotidianità esasperata, un Nemico da combattere non c’era. Ma non c’erano nemmeno colli e montagne dove esiliarsi e organizzare le file della resistenza. Non c’era più un fuori. Eravamo tutti ingranaggi della macchina.

Apparentemente nulla era cambiato. Ma anche se erano in pochi ad accorgersene, qualcosa nei contorni sfumati ci diceva che non era più possibile tornare indietro. Qualcuno credeva di opporsi, agitando vecchie bandiere e nuove bandiere. Qualcuno se la prendeva con il Presidentissimo e la sua corte dei miracoli. Articoli di fuoco venivano scritti e stampati, per denunciare il declino morale della nazione. E tuttavia la nazione continuava a scomparire. Un giorno finirono i cortei. Si protestava online, si cliccava. E ogni clic era un dollaro in più nelle casse di qualcuno. La verità è che tutto, improvvisamente, divenne inutile. C’era un mercato di slogan, pro e contro, e tutti guardavano nella direzione indicata, e non vedevano il resto. Mentre le bandiere garrivano al vento, e i computer bollivano di lunghe lettere evanescenti, pezzo per pezzo si scavavano i fossati. E ognuno diventava più solo, più esposto, più vuoto.

Non esistono inizi. Nella storia non esistono moti primi, scaturigini. Tutto è un fluido, un fluido che va avanti, ogni avvenimento reca traccia delle premesse gettate, anche secoli prima. I movimenti della storia sono il frantumarsi del pack, il levigarsi della montagna. Ma gli uomini conoscono una vita breve e distorta. Tutti come bimbi nel carrello del supermercato, a spiare gli scaffali e gli altri bambini nei carrelli attraverso la lente di un succo di frutta. Gli uomini necessitano di origini, di fatti stabili. Gli uomini costruiscono casa sulla terra e non sull’acqua, perché la terra, per quanto friabile e dinamica, muta nelle ére.

L’inizio di tutto, allora, fu il primo gennaio del 2000. Ci avevano raccontato per mesi e mesi del Mostro. Il Baco sarebbe arrivato e avrebbe polverizzato ogni cosa. Ogni dato, ogni azione, ogni processo sarebbe stato cancellato. Eravamo nudi al suo cospetto. Poco importa che quasi sei miliardi di persone non avessero mai visto un computer, che almeno due di quei miliardi non conoscessero l’energia elettrica. Si pensava che il mondo fosse tutto connesso, tutto un’unica autostrada digitale dove presto sarebbe calato l’Orrore. Perché a rischiare per il Baco erano quelli che contavano, quelli che avevano il controllo delle risorse e della politica. Gli altri facevano solo numero.

E mentre tutti stavano in attesa trepidante, i volti illuminati dal chiarore cilestrino dei monitor, gli occhi sgranati, il Baco fu lanciato. Tutti i tecnici informatici, gli esperti e i cacciatori di hacker, le polizie postali di mezzo mondo gli diedero la caccia. Ognuno sosteneva di averlo visto ad un diverso casello di quella sterminata autostrada del bit.

Fu così che nessuno si accorse di ciò che stava accadendo davvero.

Fino a quel momento l’organizzazione ora universalmente conosciuta come la Multinazionale aveva un altro nome. Era una corporazione di medio-alto cabotaggio. Non certo l’unica. I suoi dirigenti potevano molto, non tutto. Ma avevano i migliori informatici del mondo. Avevano un sito web a cui un miliardo di persone aveva fornito i propri dati più personali. Il lavoro, l’orientamento sessuale, le preferenze al cinema, allo stadio, in televisione. In cambio avevano la possibilità di ritrovarsi in questa piazza virtuale, ognuno con la sua piccola vetrinetta coi suoi pensieri messi in fila. Le piazze vere erano vuote, i caffè erano vuoti, i circoli vuoti. Erano tutti su quel sito web a parlare col vicino di casa senza affacciarsi alla finestra.

Così quel giorno, i tecnici della corporazione penetrarono nei sistemi sguarniti di milioni di utenti, quelli giusti, mentre gli utenti guardavano da un’altra parte, cercavano il Baco. Carpirono i dati che dovevano carpire e si ritirarono. Nel giro di mezz’ora ci fu un tonfo alla borsa di New York, seguito da altrettanto rumorosi tonfi alle borse di Tokyo, Londra, Pechino, Francoforte. Una dopo l’altra le grandi corporazioni crollarono. Inspiegabilmente tutte le loro azioni, i depositi, le concessioni, finirono sparpagliate in mille rivoli, indirizzate a società anonime e mai sentite. La legge non poteva nulla, perché non era rimasta traccia delle precedenti proprietà. E il diritto tutela solo l’evidenza, il diritto sancisce solo la potenza. Una alla volta le piccole società iniziarono a cedere i loro diritti di sfruttamento, i loro pacchetti azionari alla corporazione, che ingrossò come un gigantesco bruco. E un giorno divenne farfalla. Cambiò nome: sarebbe stata da allora la Multinazionale.

E anche nel nostro Paese senza memoria e senza immaginazione, tutto fu smontato e un pezzo alla volta riassemblato nei parchi giochi della Multinazionale. Le ferrovie, le poste, l’acqua, la luce, il gas, i cantieri navali, le compagnie aeree, le università e i centri di ricerca, gli ospedali. Alcune di queste cose erano state in un tempo non molto lontano tristemente statalizzate quasi a morte. La risposta fu una allegra e generalizzata svendita ai sottotenenti coraggiosi, che coraggiosamente fecero naufragare ogni cosa. Ma la Multinazionale era lì in attesa. Placidamente rilevò tutto, finché ogni respiro, ogni musica e ogni opinione le appartennero. E in questo Paese la morte venne sotto forma di quotidiano spettacolo e “buonsenso”. Nessuno mosse un dito. Nessuno scese in strada a protestare. I cittadini, perché così si chiamavano, i “cittadini”, erano impegnati in altre più importanti incombenze. Erano dal parrucchiere, erano nella sala d’aspetto del dentista a leggere riviste patinate. Erano fuori dalle fabbriche a spiegare o farsi spiegare che la fabbrica è buona e fa del bene, a ringraziare per l’ultima proroga prima della necessaria delocalizzazione, a vendere automobili, enciclopedie, religioni. Erano chini sulle tastiere a stilare vibranti editoriali sul progresso, lo sviluppo, il buonsenso e la responsabilità. I cittadini erano al bar o allo stadio, ipnotizzati dietro a un pallone, erano spenti nella notte di cristalli liquidi a sgranare gli occhi davanti ai gemiti di carne nuda alla televisione. Erano, chi più chi meno, a farsi ammaestrare. Anche quelli che credevano di essere contro, non sapevano più bene contro cosa o chi. Il volto del Presidente era in ogni strada, il suo sorriso liftato, i suoi denti di porcellana, le sue promesse d’argilla. Era una grande gloriosa ipnosi. Si protestava per i suoi processi, auspicando il ritorno dell’Ordine. Si protestava per il suo decisionismo, ignorando l’impotenza sua e di ogni uomo politico.

Un tempo il Presidentissimo non era altro che un piccolo gerarchetto di seconda fila, uno squalo allevato nei laboratori del Rinnovamento social-nuovista. Poi, finita l’ultima guerra con la fantasia, gli fu data l'opportunità di fare il grande salto. Prima di lui la televisione era uno strumento di servizio o un blando tranquillante. Con le sue ballerine e le barzellette sporche, essa divenne tutto. La fonte dell'autorità, il luogo della discussione, l'amico a cui chiedere consigli, il salottino del pettegolezzo. E poi l'arena, la gogna. Sopra ogni cosa essa divenne la più potente arma di distrazione di massa. Ciò che era dentro la scatola esisteva, ed era giusto e vero; ciò che rimaneva fuori non aveva cittadinanza nella nuova Repubblica Mediatica. Il risultato fu un Paese pacificato, uniforme, incapace di futuro perché dimentico di ogni cosa che del suo presente.

E a questo Paese moribondo, la MultiCorp fornì i macchinari sanitari e lo lasciò in vita. Una vita da vegetale, naturalmente. Una vita al limite della vita. Come nei funerali dei Fremen in Dune, dove l’acqua veniva drenata dai cadaveri, così la Multinazionale si attaccò al corpaccione incosciente del Paese, per succhiarne via il sangue e rimpiazzarlo con una bibita gassata. Le nostre energie ci venivano sottratte e rivendute con una bella etichetta. Le nostre emozioni catturate e cristallizzate in vetro. Le passioni e le idee furono oggetto di un serrato commercio. Chiunque poteva acquistarle con un comodo clic da casa. Eravamo destinati a scivolare sulla superficie della nostra vita, rimbalzando dal lavoro al supermercato al divano+tv. Eravamo spettatori e protagonisti di un grande spettacolo circense con acrobazie, canzoni e sangue a barili. E tutto questo si stava mangiando ogni gusto di vivere, lasciando solo la sfibrante e fastidiosa sensazione di non corrispondere esattamente al proprio corpo, come essere stiracchiati dentro. Una smagliatura ontologica. Quelli che ancora resistevano al ladrocinio furono isolati, additati dai loro stessi simili come pazzi e devianti, internati, imprigionati, espulsi. Quelli come mio fratello. E quelli come me.

Quando alla fine il Presidentissimo cadde, ci fu un baccano di scimmie allo zoo. Come un palloncino il suo faccione ammiccante si sgonfiò con un discreto peto, ma il chiasso era troppo alto. Responsabilmente e nell’interesse del Paese, un manipolo di servitori dello Stato si riunì per discutere le sorti della democrazia. Nella sala affrescata dagli alti soffitti, confortati dalla premurosa assistenza dei plenipotenziari MultiCorp, essi strinsero un patto d’acciaio. Così nacque il Governissimo di Emergenza Democratica. L’emergenza la sceglievano loro, di volta in volta. E uno stuolo di tv, giornali e agenzie di comunicazione risposero senza esitazioni al patriottico appello, pronti per diffondere il verbo, il Tema all’Ordine del Giorno. Tutto il resto fu dimenticato.

E così il Paese tirò un sospiro di sollievo. Squadre di difensori dell’ordine pubblico furono reclutate per garantire che gli onesti e produttivi cittadini fossero difesi da guastafeste, no-global e intellettuali dalle troppe pretese. Le Università, ora privatizzate, vennero fortificate e presidiate giorno e notte. Fuori dai concerti e dagli stadi si moltiplicarono i posti di blocco. A un certo punto spuntarono le tessere. Serviva una tessera per andare allo stadio, una tessera per entrare al concerto, una tessera per accedere alle università, una tessera per avere una birra. E da quelle molte tessere, infine, con grande razionalità, fu inventata la Tessera, definitiva, a punti. Eri cittadino solo se avevi punti sulla tessera, ed ogni infrazione ti faceva perdere punti. Per riaverli indietro dovevi pagare, oppure penare. Tutti furono soddisfatti. Io perdere punti, mai! Si ripetevano, sicuri. Qua siamo tutti persone perbene, brava gente, accogliente, ragionevole. Dicevano.

Poi una mattina si svegliarono, e capirono che si erano venduti tutto, capirono che nulla più era possibile fare. Capirono che era una gabbia. Qualcuno protestò per le tariffe esose dell’acqua, e fu respinto con gli idranti, percosso, arrestato. Qualcuno protestò per la sanità scadente e venne bombardato di lacrimogeni e fumogeni, e non pochi morirono asfissiati. Gli ultimi reduci assaltarono le università per liberarle, e furono respinti con proiettili di gomma, poi con proiettili veri. Il giorno dopo era tutto silente. Le strade, sgombre, respiravano pacifiche. Nessuno seppe mai chi aveva vinto e chi aveva perso.

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