giovedì 10 novembre 2011

Profezia. Novembre 2009 - Novembre 2011

Vivevamo in un Paese dimentico di se stesso. Apparentemente nulla era cambiato. Non c’erano uomini in divisa nera a marciare per le strade, né roghi di libri o notti dei cristalli. La nostra era una quotidianità esasperata, un Nemico da combattere non c’era. Ma non c’erano nemmeno colli e montagne dove esiliarsi e organizzare le file della resistenza. Non c’era più un fuori. Eravamo tutti ingranaggi della macchina.

Apparentemente nulla era cambiato. Ma anche se erano in pochi ad accorgersene, qualcosa nei contorni sfumati ci diceva che non era più possibile tornare indietro. Qualcuno credeva di opporsi, agitando vecchie bandiere e nuove bandiere. Qualcuno se la prendeva con il Presidentissimo e la sua corte dei miracoli. Articoli di fuoco venivano scritti e stampati, per denunciare il declino morale della nazione. E tuttavia la nazione continuava a scomparire. Un giorno finirono i cortei. Si protestava online, si cliccava. E ogni clic era un dollaro in più nelle casse di qualcuno. La verità è che tutto, improvvisamente, divenne inutile. C’era un mercato di slogan, pro e contro, e tutti guardavano nella direzione indicata, e non vedevano il resto. Mentre le bandiere garrivano al vento, e i computer bollivano di lunghe lettere evanescenti, pezzo per pezzo si scavavano i fossati. E ognuno diventava più solo, più esposto, più vuoto.

Non esistono inizi. Nella storia non esistono moti primi, scaturigini. Tutto è un fluido, un fluido che va avanti, ogni avvenimento reca traccia delle premesse gettate, anche secoli prima. I movimenti della storia sono il frantumarsi del pack, il levigarsi della montagna. Ma gli uomini conoscono una vita breve e distorta. Tutti come bimbi nel carrello del supermercato, a spiare gli scaffali e gli altri bambini nei carrelli attraverso la lente di un succo di frutta. Gli uomini necessitano di origini, di fatti stabili. Gli uomini costruiscono casa sulla terra e non sull’acqua, perché la terra, per quanto friabile e dinamica, muta nelle ére.

L’inizio di tutto, allora, fu il primo gennaio del 2000. Ci avevano raccontato per mesi e mesi del Mostro. Il Baco sarebbe arrivato e avrebbe polverizzato ogni cosa. Ogni dato, ogni azione, ogni processo sarebbe stato cancellato. Eravamo nudi al suo cospetto. Poco importa che quasi sei miliardi di persone non avessero mai visto un computer, che almeno due di quei miliardi non conoscessero l’energia elettrica. Si pensava che il mondo fosse tutto connesso, tutto un’unica autostrada digitale dove presto sarebbe calato l’Orrore. Perché a rischiare per il Baco erano quelli che contavano, quelli che avevano il controllo delle risorse e della politica. Gli altri facevano solo numero.

E mentre tutti stavano in attesa trepidante, i volti illuminati dal chiarore cilestrino dei monitor, gli occhi sgranati, il Baco fu lanciato. Tutti i tecnici informatici, gli esperti e i cacciatori di hacker, le polizie postali di mezzo mondo gli diedero la caccia. Ognuno sosteneva di averlo visto ad un diverso casello di quella sterminata autostrada del bit.

Fu così che nessuno si accorse di ciò che stava accadendo davvero.

Fino a quel momento l’organizzazione ora universalmente conosciuta come la Multinazionale aveva un altro nome. Era una corporazione di medio-alto cabotaggio. Non certo l’unica. I suoi dirigenti potevano molto, non tutto. Ma avevano i migliori informatici del mondo. Avevano un sito web a cui un miliardo di persone aveva fornito i propri dati più personali. Il lavoro, l’orientamento sessuale, le preferenze al cinema, allo stadio, in televisione. In cambio avevano la possibilità di ritrovarsi in questa piazza virtuale, ognuno con la sua piccola vetrinetta coi suoi pensieri messi in fila. Le piazze vere erano vuote, i caffè erano vuoti, i circoli vuoti. Erano tutti su quel sito web a parlare col vicino di casa senza affacciarsi alla finestra.

Così quel giorno, i tecnici della corporazione penetrarono nei sistemi sguarniti di milioni di utenti, quelli giusti, mentre gli utenti guardavano da un’altra parte, cercavano il Baco. Carpirono i dati che dovevano carpire e si ritirarono. Nel giro di mezz’ora ci fu un tonfo alla borsa di New York, seguito da altrettanto rumorosi tonfi alle borse di Tokyo, Londra, Pechino, Francoforte. Una dopo l’altra le grandi corporazioni crollarono. Inspiegabilmente tutte le loro azioni, i depositi, le concessioni, finirono sparpagliate in mille rivoli, indirizzate a società anonime e mai sentite. La legge non poteva nulla, perché non era rimasta traccia delle precedenti proprietà. E il diritto tutela solo l’evidenza, il diritto sancisce solo la potenza. Una alla volta le piccole società iniziarono a cedere i loro diritti di sfruttamento, i loro pacchetti azionari alla corporazione, che ingrossò come un gigantesco bruco. E un giorno divenne farfalla. Cambiò nome: sarebbe stata da allora la Multinazionale.

E anche nel nostro Paese senza memoria e senza immaginazione, tutto fu smontato e un pezzo alla volta riassemblato nei parchi giochi della Multinazionale. Le ferrovie, le poste, l’acqua, la luce, il gas, i cantieri navali, le compagnie aeree, le università e i centri di ricerca, gli ospedali. Alcune di queste cose erano state in un tempo non molto lontano tristemente statalizzate quasi a morte. La risposta fu una allegra e generalizzata svendita ai sottotenenti coraggiosi, che coraggiosamente fecero naufragare ogni cosa. Ma la Multinazionale era lì in attesa. Placidamente rilevò tutto, finché ogni respiro, ogni musica e ogni opinione le appartennero. E in questo Paese la morte venne sotto forma di quotidiano spettacolo e “buonsenso”. Nessuno mosse un dito. Nessuno scese in strada a protestare. I cittadini, perché così si chiamavano, i “cittadini”, erano impegnati in altre più importanti incombenze. Erano dal parrucchiere, erano nella sala d’aspetto del dentista a leggere riviste patinate. Erano fuori dalle fabbriche a spiegare o farsi spiegare che la fabbrica è buona e fa del bene, a ringraziare per l’ultima proroga prima della necessaria delocalizzazione, a vendere automobili, enciclopedie, religioni. Erano chini sulle tastiere a stilare vibranti editoriali sul progresso, lo sviluppo, il buonsenso e la responsabilità. I cittadini erano al bar o allo stadio, ipnotizzati dietro a un pallone, erano spenti nella notte di cristalli liquidi a sgranare gli occhi davanti ai gemiti di carne nuda alla televisione. Erano, chi più chi meno, a farsi ammaestrare. Anche quelli che credevano di essere contro, non sapevano più bene contro cosa o chi. Il volto del Presidente era in ogni strada, il suo sorriso liftato, i suoi denti di porcellana, le sue promesse d’argilla. Era una grande gloriosa ipnosi. Si protestava per i suoi processi, auspicando il ritorno dell’Ordine. Si protestava per il suo decisionismo, ignorando l’impotenza sua e di ogni uomo politico.

Un tempo il Presidentissimo non era altro che un piccolo gerarchetto di seconda fila, uno squalo allevato nei laboratori del Rinnovamento social-nuovista. Poi, finita l’ultima guerra con la fantasia, gli fu data l'opportunità di fare il grande salto. Prima di lui la televisione era uno strumento di servizio o un blando tranquillante. Con le sue ballerine e le barzellette sporche, essa divenne tutto. La fonte dell'autorità, il luogo della discussione, l'amico a cui chiedere consigli, il salottino del pettegolezzo. E poi l'arena, la gogna. Sopra ogni cosa essa divenne la più potente arma di distrazione di massa. Ciò che era dentro la scatola esisteva, ed era giusto e vero; ciò che rimaneva fuori non aveva cittadinanza nella nuova Repubblica Mediatica. Il risultato fu un Paese pacificato, uniforme, incapace di futuro perché dimentico di ogni cosa che del suo presente.

E a questo Paese moribondo, la MultiCorp fornì i macchinari sanitari e lo lasciò in vita. Una vita da vegetale, naturalmente. Una vita al limite della vita. Come nei funerali dei Fremen in Dune, dove l’acqua veniva drenata dai cadaveri, così la Multinazionale si attaccò al corpaccione incosciente del Paese, per succhiarne via il sangue e rimpiazzarlo con una bibita gassata. Le nostre energie ci venivano sottratte e rivendute con una bella etichetta. Le nostre emozioni catturate e cristallizzate in vetro. Le passioni e le idee furono oggetto di un serrato commercio. Chiunque poteva acquistarle con un comodo clic da casa. Eravamo destinati a scivolare sulla superficie della nostra vita, rimbalzando dal lavoro al supermercato al divano+tv. Eravamo spettatori e protagonisti di un grande spettacolo circense con acrobazie, canzoni e sangue a barili. E tutto questo si stava mangiando ogni gusto di vivere, lasciando solo la sfibrante e fastidiosa sensazione di non corrispondere esattamente al proprio corpo, come essere stiracchiati dentro. Una smagliatura ontologica. Quelli che ancora resistevano al ladrocinio furono isolati, additati dai loro stessi simili come pazzi e devianti, internati, imprigionati, espulsi. Quelli come mio fratello. E quelli come me.

Quando alla fine il Presidentissimo cadde, ci fu un baccano di scimmie allo zoo. Come un palloncino il suo faccione ammiccante si sgonfiò con un discreto peto, ma il chiasso era troppo alto. Responsabilmente e nell’interesse del Paese, un manipolo di servitori dello Stato si riunì per discutere le sorti della democrazia. Nella sala affrescata dagli alti soffitti, confortati dalla premurosa assistenza dei plenipotenziari MultiCorp, essi strinsero un patto d’acciaio. Così nacque il Governissimo di Emergenza Democratica. L’emergenza la sceglievano loro, di volta in volta. E uno stuolo di tv, giornali e agenzie di comunicazione risposero senza esitazioni al patriottico appello, pronti per diffondere il verbo, il Tema all’Ordine del Giorno. Tutto il resto fu dimenticato.

E così il Paese tirò un sospiro di sollievo. Squadre di difensori dell’ordine pubblico furono reclutate per garantire che gli onesti e produttivi cittadini fossero difesi da guastafeste, no-global e intellettuali dalle troppe pretese. Le Università, ora privatizzate, vennero fortificate e presidiate giorno e notte. Fuori dai concerti e dagli stadi si moltiplicarono i posti di blocco. A un certo punto spuntarono le tessere. Serviva una tessera per andare allo stadio, una tessera per entrare al concerto, una tessera per accedere alle università, una tessera per avere una birra. E da quelle molte tessere, infine, con grande razionalità, fu inventata la Tessera, definitiva, a punti. Eri cittadino solo se avevi punti sulla tessera, ed ogni infrazione ti faceva perdere punti. Per riaverli indietro dovevi pagare, oppure penare. Tutti furono soddisfatti. Io perdere punti, mai! Si ripetevano, sicuri. Qua siamo tutti persone perbene, brava gente, accogliente, ragionevole. Dicevano.

Poi una mattina si svegliarono, e capirono che si erano venduti tutto, capirono che nulla più era possibile fare. Capirono che era una gabbia. Qualcuno protestò per le tariffe esose dell’acqua, e fu respinto con gli idranti, percosso, arrestato. Qualcuno protestò per la sanità scadente e venne bombardato di lacrimogeni e fumogeni, e non pochi morirono asfissiati. Gli ultimi reduci assaltarono le università per liberarle, e furono respinti con proiettili di gomma, poi con proiettili veri. Il giorno dopo era tutto silente. Le strade, sgombre, respiravano pacifiche. Nessuno seppe mai chi aveva vinto e chi aveva perso.

lunedì 12 gennaio 2009

Novità Novita !!!


L'Inverno della scomparsa di Giuseppe Arcieri e della Cuore di tenebra, completato e rivisto, è al momento in vendita su Ilmiolibro.it alla modica cifra di 7 euro (giusto il minimo indispensabile a non rimetterci...). Ma se siete un po' tirati o a corto di dinero, a questo link (http://issuu.com/claudio.magliulo/docs/l_inverno_della_scomparsa/29) troverete il pdf.
E non dite che non vi voglio bene.

P.S. Il testo è sotto licenza Creative Commons 2.5 Attribution - Non Commercial - No Derivative Work.
Significa che potete copiarlo e diffonderlo, ma senza modificarlo ed attribuendolo sempre al sottoscritto.











venerdì 23 maggio 2008

Mmiezz' 'a via


Lontano, c’è il suono del mare.
La risacca penetra impercettibile dalle grandi finestre cigolanti, portando salsedine e lucidità.
Nel corridoio irrorato di iodio Francesco, in attesa della sentenza. Voci ovattate circolano distanti. Francesco è stanco. Dopo tre mesi di dibattimenti, due anni di indagini. Dopo vent’anni di magistratura. Di pubblica accusa.
Sorride amaro. Non è facile, per nessuno, mai.
- Dov’è il dott. Caracciolo? Dottore? Dottò!- una voce gli si avvicina, riportandolo alla coscienza. Si rimette diritto:- Armando... che c’è?-
- Eh... il Presidente legge la sentenza... venite, andiamo-
Francesco si alza, con un po’ di fatica.
- Siete stanco?-
- Solo un po’...-
Nell’aula c’è pieno. Decine di giornalisti; gli imputati, tutti in fila, due avvocati per uno. La crème della camorra locale, compresi tre assessori e due marescialli dell’Arma.
Il Presidente della corte si alza:- Diamo lettura della sentenza...-
Flash. Ancora flash. E per ogni foto, dieci anni di galera.
Saranno scattate molte foto, stasera.
-...infine gli imputati Vasile Giovanni, Vasile Antonio e Percuoco Giuseppe sono riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso in omicidio ai danni della Sig.ra Barone Antonietta e del figlio Carmine, di anni 7, con l’aggravante della giovane età della vittima. Pertanto la Corte li condanna ad anni 30 di reclusione, di cui 10 in regime di isolamento, da scontarsi presso il penitenziario di Poggioreale. La Corte si ritira-
Sporadici applausi, orgia di flash e urla. Dei condannati, urla degli avvocati, dei familiari delle vittime. Solo urla, le une sulle altre, accavallate nell’enorme babele dei risentimenti.
Poi un grido più chiaro, che lo colpisce al volto:- Omm’ ‘e niente!-
Si gira. Percuoco.
- Francè, tu si n’omm ‘e niente!-
Francesco batte appena le palpebre, come si fa con una goccia di acqua insidiosa. Sotto la doccia di insulti, tace.
Fuori dal tribunale lo aspettano i giornalisti. Lo sapeva. Non può farci nulla.
- Dott. Caracciolo, è soddisfatto della sentenza?-
Si gira a guardare. Il giornalista sorride, intrusivo.
- Ho fatto solo il mio dovere... tutto qua-
- Dott. Caracciolo, l’imputato Percuoco ha usato parole molto violente in aula, nei suoi confronti. La cosa non la turba?-
- In verità ho visto di peggio...- risponde, distratto. Più in là, nell’aria marina e volubile, i cellulari della Penitenziaria si allontanano, lampeggiando le sirene. Francesco li segue con lo sguardo fino alla curva. Saluta con un cenno del capo i giornalisti e scende gli scaloni, verso la macchina aperta.
Il mare, in fondo alla strada, lampeggia piano riflessi lunari.

- Pino! Ja, e tira ‘sta palla!-
- E un momento!-
- Un momento? E se lo sapevo che ci mettevi tutt’ ‘stu tiemp’, nun scennevo proprio!-
Estate 1972. Il sole spezza le pietre della strada, accentua fratture negli intonaci e sudore tra i capelli fradici. Francesco è in porta, con i guanti vecchi del nonno, di pelle dura. E’ Luglio. La controra tiene le famiglie rintanate in casa. Immobili come gechi, in attesa che passi, aspettando la sera e un briciolo d’aria.
In mezzo alla strada ci sono solo loro, fradici di sudore, che giocano a rigori. Francesco sbuffa perchè si è scocciato di aspettare cinque minuti per ogni tiro. E poi lui con Pino ci ha fatto si e no tre partite dietro i fabbricati, sulla brecciolina. Ma Pino ha il pallone, e quindi ha sempre ragione.
E infatti:- Se vuoi me ne vado, eh!- sta dicendo Pino.
- No no! Dicevo così...-
Estate 1972, pantaloncini corti di cotone liso e Cinquecento parcheggiate sopra i marciapiedi, poche, come i soldi nel quartiere.
Pino possiede un tesoro, un pallone di cuoio vero, con le cuciture e tutto, che gli ha regalato il padre per la comunione. Tutti i ragazzini del quartiere glielo invidiano, ma nessuno, nemmeno quelli più grandi, alcuni già mariuoli di professione, nessuno ha mai provato a prenderselo, quel pallone. Perchè Pino porta un cognome che incute rispetto.
Bang! La botta del pallone contro il muro fa scoppiare un’altra bolla di intonaco, lasciando dietro solo un mantello grigio di calcestruzzo.
Si sentono le imposte al primo piano sbattere. E’ la signora Toro, quella vecchiaccia acida e zitella, che urla agitando la scopa. Pino e Francesco scappano a rotta di collo, sotto le teorie di panni stesi da balcone a balcone, che si muovono pianissimo. Qualche piccione vola via, stizzito.
Dopo diversi minuti si fermano, ansimanti, dietro un muretto a secco.
- Uffa...- rantola Pino- ma sotto casa tua non si può proprio pazzià!-
- E che ci posso fare? Quella là abita! Andiamo da un’altra parte, ja-
- Si, un momento, però-
Restano così, cinque minuti buoni a riprendere fiato, con il sudore che attacca i vestiti addosso, e scivola in gocce salate dalle tempie. Si sente solo il rumore dei loro respiri, e un grammofono chissà dove che suona Ravèl.
- Andiamo al bar?- dice Pino, rimettendosi in piedi.
- E perchè? C’hai soldi tu?-
- No, però a quest’ora ci sta mio padre, penso. Si va sempre a pigliare il caffè da Rino...-
- Eh... beato te. Mio padre i soldi per il caffè al bar non li tiene...-
Il vicolo comincia a prendere vita, ormai. Si affacciano signore, con i grembiuli sporchi di salsa, che fanno chiacchiere dopo pulita la cucina. Qualche cane comincia a cercare la cena. E il bar si popola.
- Pino! Bell’e papà, e che ci fai qua? Vuoi un gelato?- il padre di Pino li ha visti da lontano, mentre andava al bar. Fa’ una carezza al figlio: – E chi è questo qua? Un tuo amico?-
- Giochiamo a pallone...- spiega Francesco.
- E certo!- sorride- allora vieniti a prendere anche tu un gelato, vabbuò?-
I ragazzini non se lo fanno dire due volte, ed entrano.
Dalla radio si sente la voce di Mario Merola, qualcuno gioca a carte nella penombra. Il barista sta parlando con due avventori, al bancone, che si prendono il caffè.
- Don Niculì, buongiorno!- Gennaro, detto Rino, lascia il suo posto per andare a salutare il padre di Pino. Qualcuno guarda e si toglie il cappello.
- Per piacere!- il padre di Pino è infastidito:- E che sso’ ‘sti mmosse? Quante volte vi devo dire che io mi chiamo Nicola... e basta! E non vi levate il cappello, p’ammore ‘e Ddio...-
I presenti sono stupiti:- Ma... don Niculì- dice il barista, poi si corregge:- cioè, Niculì... semplicemente vi portiamo rispetto...-
- Si, ma voi il rispetto o lo portate a tutti quelli che entrano o non lo portate a nessuno. Decidete voi...-
- Ma... anche per don Giuseppe, vostro padre...-
- Io non c’entro nulla con mio padre, Gennà! Niente! Solo perchè porto questo nome maledetto... non significa che non mi guadagni il pane onestamente...-
I presenti, ammutoliti, squadrano la scena. I ragazzini assistono, anch’essi in silenzio.
- Vabbuò, ja- rabbercia il barista- mo non facciamone una questione. Vi posso offrire nu cafè?-
- Nossignore. Il caffè io lo pago, se non ti dispiace... Visto che ho un negozio e i soldi miei vengono solo da là, ti ho detto... he capìt’?-
Gennaro annuisce, deferente: - E chi ha mai detto niente?-
Nicola fa una smorfia:- Vabbè, lascia stare. Ah... e mettici pure due gelati pe ‘e ccriature-
- Sissignore...-
Francesco non ha capito bene la questione qual è, ma non gli importa molto. Si prende il gelato e ringrazia, come gli ha insegnato la mamma. Fare troppe domande è cattiva educazione.
Escono dal bar, il padre fa una carezza a Pino e si raccomanda:- Non fa’ tardi sta sera, eh! Che tua madre si preoccupa, quella santa donna...-
Pino scuote la testa, con la faccia già tutta sporca di gelato, e si allontana con Francesco.
A un certo punto, sentono un rumore strano, fortissimo.
Si girano. C’è una moto nera, con due persone sopra, che corre dalla destra verso il bar. Nicola la vede, si gira verso il figlio, allarmato, urla:- Curre, Pino! Scappa!-
È un attimo. Il passeggero tira fuori una pistola dal giubbotto e spara tre, quattro volte. Poi rombano via.
Il padre di Pino scivola contro la parete, lasciando tre linee di sangue, e si accascia a terra.
I ragazzini sono immobili, pietrificati.
Ad un tratto il rumore di fuori si spegne, Francesco sente come un risucchio nelle orecchie e poi il silenzio. Solo la sensazione della brecciolina che fa l’asfalto sotto le scarpe.
Sul marciapiedi c’è una pozza di sangue che si allarga. Tutto sembra andare al rallentatore.
Francesco si avvicina.
Il sangue è rosso, vivo. Il sangue sembra possa alzarsi da terra e formare una figura. Francesco non può smettere di guardarlo. E’ come un disegno riuscito bene. Si domanda dove lo facciano quel tipo di colore. Rosso carminio, forse, direbbe la professoressa di disegno. Francesco agita la mano sopra la testa di Nicola, per vedere se c’è l’anima, che sta uscendo. La muove piano, ipnotizzato. Il mondo è una bolla in procinto di esplodergli addosso.
E gli esplode. Due braccia lo tirano via, a un tratto sente tutto. Le urla, gli strepiti. Vede Gennaro il barista che si inginocchia, le persone trattengono il fiato. Gennaro si gira e dice:- E’ muort’!-
Ripartono le urla, delle decine di persone richiamate ai balconi dagli spari. E’ l’intero quartiere che si smuove dalla controra, esce alla luce del sole e grida, perchè non c’è altro da fare. Forse qualcuno ha chiamato la polizia, forse no.
Francesco non lo sa, non ci sta pensando. Guarda solo Pino, in piedi vicino al cadavere del padre. Urlando, nessuno si è ricordato di lui. Non piange, è immobile, mentre dai balconi si sente:- Currite! Currite! Ann’ accis’ a don Nicola Percuoco! U’ maronna!-
Il sole spezza un po’ di più l’asfalto sotto le scarpe, Francesco cammina all’indietro e guarda Pino allontanarsi mentre le braccia di qualcuno, forse sua madre, lo trascinano via. Non c’è un alito di vento.

- Dottore, che avete?- Armando, il segretario, riporta Francesco alla coscienza.
- Eh? No, niente... sto bene, nun te preoccupà...-
La macchina è silenziosa, sfiora la notte come velluto, quasi non volesse disturbare la città, che ancora veglia. Sempre. Dalle cucine illuminate al televisore, dai lampioni sfrigolanti per i pochi passanti, viene un alone di quotidiano. Odore di cipolle misto alla salsedine dentro il finestrino di Francesco.
- Siete sicuro che state bene? Già prima...-
- Nossignore, ti ho detto che sto bene... è solo... sono solo un po’ stanco-
Silenzio. Da qualche parte adesso i telegiornali stanno informando: -Concluso il processo ai clan Vasile e Percuoco, negli ultimi anni alla testa del cartello della droga nell’area di S. e provincia. Queste le dichiarazioni del pm Francesco Caracciolo, che ha coordinato le indagini...-
Le mie dichiarazioni... sta pensando Francesco. Sospira piano, impercettibilmente.
- Dottore?-
- Si, Armà, dimmi-
- Non so se posso fare questa domanda... non sono fatti miei...- inizia, cauto, il segretario.
- Avanti, ci conosciamo da una vita...- Francesco si gira a guardare.
- No, è che... quel Percuoco, prima... vi ha chiamato per nome... lo... lo conoscete?-
Francesco annuisce, increspando appena le labbra:- Si, lo conosco... cioè, lo conoscevo...-
Il segretario sembra stupito. Aggrotta le sopracciglia:- E dove...-
- Dove? Mmiezz’ ‘a via, Armà... come sempre...- Francesco gira gli occhi stanchi con un goccio di sangue di troppo verso il finestrino aperto.
Lontano, c’è il suono del mare, ma non si sente.

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti è puramente casuale.

mercoledì 16 aprile 2008

domenica 13 gennaio 2008

Lettera aperta ad un leghista

Pubblico qui, contravvenendo alla regola autoimposta di limitare questo blog ad archivio telematico dei miei racconti, una mail letta in una mailing list di servizio-civilisti nel commercio equo e solidale. La mia risposta è quella sotto.

Mattia ha scritto:
non siamo bambini. possiamo sdoganare il fatto che chi dice Romaladrona
è un brutto-cattivo-pocodibuono? Possiamo toglierci di dosso la
frasettina ipocrita da bar che inizia con "Io non sono razzista,ma..."?
lasciatemi fare un po' di sano leghismo della prima ora (non quello che
poi è sfociato nel razzismo e nei deliri).
penso che il migliore dei mondi possibili sia fatto da mente del Nord e
cuore del Sud.

ho fatto un piccolo giochino, per vedere però la distribuzione delle
provenienze geografiche di chi ci governa (quelle che dovrebbero essere
le "menti") (26 ministri + Prodi).

3 vengono da sopra il Po (Barbara Pollastrini - pari opportunità,
bresciana, Tommaso Padoa Schioppa - economia, belumat, il nostro amato
comunistissimo Paolo Ferrero, quello che ci dovrebbe pagare...). Tra
l'altro Ferrero è per poco in Padania, perchè è nato nella seconda
valletta a nord del Po.
1 dubbio, Giuliano Amato è nato a Torino (non so se sopra o sotto il Po)
10 dal Po a Roma (Prodi - reggiano, il grande Bersani - piacentino,
Bonino/Damiano/Turco - cuneesi (ecco perchè uno dei primi punti del
programma era il "cuneo fiscale"...), Mussi - livornese, Santagata -
modenese, Raviolone Fioroni - viterbese, Chiti - pistoiese, Bindi - senese,
13 in the deep south (Gentiloni/Bianchi/Rutelli romani, l'inutile e
dannoso da 32 anni in Parlamento Clementone Mastella - beneventano,
Pecoraro Scanio/Parisi (poi nettamente sassaresizzato) - salernitani,
Nicolais - napoletano, D'Alema/De Castro - brindisini, Lanzillotta -
cosentina, Di Pietro - molisano, Melandri - newyorkese (NY è alla stessa
latitudine di Napoli, quindi....;-P) )

vi abbandono, e vi scasso i maroni anche in allegato, con una citazione
di bersani, 10 luglio 2006 Padova convegno sul nordest (non so come ho
fatto ad arrivare in orario visto che il giorno prima era popopopopopopo
o se volete oh Ranocchio b....... appena dopo la barbogiona di Grosso
nella porta sotto la Ostkurve). potrei continuare il giochino... Grosso
- grande cuore - pescarese, Pirlo - la mente dei campioni del mondo -
bresciano, però non paragonatemi il Loffio Inzaghi a Bersani...
> «Il Nord deve avere il gusto
> per la leadership culturale in Italia,
> anche attraverso il suo spirito
> civico».
ci vediamo fra una settimana
mattia


Caro Mattia,
devo ringraziarti. Grazie a te ho avuto l'opportunità finalmente di entrare in contatto con un vero leghista! L'ultima volta che ne ho visto uno (purtroppo da lontano) era a Salerno, la mia amata città natale, e stava correndo inseguito dalla folla (per la cronaca: si trattava dell'on. Borghezio, venuto gentilmente "in the deep south", come dici tu, o in Terronia, ad esporci teorie assai affini a quelle che ho appena letto).
Nella folla c'ero anch'io, comunque.
Propongo di continuare questo fruttuoso scambio culturale tra Sud e Lega Nord anche in futuro, e a tal uopo intendo organizzare dei pullmini con partenza dalla rigogliosa Padania verso le mie zone, dove a te e a chiunque la pensi allo stesso modo sarà possibile esporre le proprie teorie liberamente, mentre altrettanto liberamente un gruppo scelto a sorte (con la mitica lotteria napoletana) di onesti giovani meridionali dal cuore grande avrà il piacere di illustrare a voi gli innumerevoli utilizzi a fini non musicali del manico di un mandolino.
Devo ringraziarti anche per la splendida lezione di filosofia morale che hai partorito nella tua mail. Leibniz (che per sua fortuna, essendo tedesco, avrebbe tranquillamente potuto darti del terrone) impallidirebbe di fronte all'acutezza di analisi che traspare dalle tue parole. Secondo la tua affascinante teoria, dunque, la mente sarebbe appannaggio del Nord civilizzato, il cuore del retrogrado ma genuino Sud... Cristallino. Complesso e ricco di sfumature, anche.
Hai ragione, Mattia.
Non siamo bambini.
Un bambino forse saprebbe che il verbo "sdoganare" ha un significato esattamente opposto a quello che gli attribuisci tu (controlla lo Zingarelli, magari). Ma questi forse sono dettagli per una potente "mente" nordica come la tua, quindi sorvoliamo.
Non mi dilungherò in una noiosa spiegazione del perchè e del percome quello che dici mi sembra un gran carico di baggianate.
Ad es. esiterei a definire meridionali un piacentino come Bersani, un livornese come
Mussi, e via andando. Così come sarebbe noioso e francamente offensivo per la tua notevole mente padana, ricordarti i fasti e gli onori di grandi personaggi del centrodestra meridionale come Cuffaro, Miccichè, etc. Tantomeno la gran figura che abbiamo fatto in Europa quando la Lega Nord è stata espulsa dal gruppo parlamentare Indipendenza e Democrazia (quello degli ultradestra polacchi, per intenderci), perchè "razzista". O forse perchè siete troppo terroni per loro, chissà.
Prendo atto che New York è alla stessa latitudine di Napoli, e mi sento un po' nobilitato da questo, aspettando con ansia di sentirti dare dei terroni alla comunità afroamericana della Grande Mela. Chissà, forse vorranno unirsi anche loro all'invito di Francesco. Di sicuro anche io mi farò portavoce, ma che dico, "megafono" delle tue belle parole. I miei amici meridionali, di certo stanchi dello zoo di Napoli, saranno ben lieti di aggregarsi per osservare da vicino un esempio così puro di "leghismo della prima ora". Al giorno d'oggi la ricerca, come sai, langue, e bisogna sfruttare tutte le occasioni possibili per un buon lavoro sul campo, specialmente in un settore di studio complesso come quello della psichiatria forense.
Ti annuncio, anzi, che il tuo bel cervello padano, certo temprato dal continuo inturgidimento (è a quello che si riferisce la famosa espressione "ce l'ho duro", vero?), potrebbe presto essere alacramente ed entusiasticamente sezionato da un'equipe dell'università di Napoli, come prima quello di Einstein e di George lo scimpanzè.
Non preoccuparti, sentirai solo una puntura. Noi del Sud abbiamo troppo cuore per sopportare la vista di una bestia che soffre...
Aggiungo infine che mi dispiace per il Ministro Bersani, ma io credo proprio che la leadership culturale di questo Paese, se sarà mai di qualcuno, sarà certamente di quelli che la mente e il cuore, invece di attaccarli sulla cartina come i magnetini del frigo, se li tengono ben stretti e li usano per occuparsi del prossimo, e per pensare a come evitare che dalla prossima generazione di figli di questo Paese, possano venire fuori personaggi come te.
Ti lascio, caro Mattia, con l'unico insulto reale di questa lunga mail di protesta.
Senza rancore, ma sei un pagliaccio, amico mio.
Pulcinella, uomo di gran cuore e dall'ingegno acuto, saprebbe come rispondere ai tuoi deliri, e cioè con l'unico strumento che forse ci è rimasto dopo secoli di prosciugamento coloniale del Sud (mi piace citare non ultimo il caso dei rifiuti tossici del ricco NordEst dritto nel mio giardino).
Semplicemente una risata.
Amara, profonda, violenta, dissacratoria e liberatoria, come deve essere.
Ma tant'è. Come diceva Eduardo: "Adda passà 'a nuttata...".
Aspettiamo pazienti.
Con disistima,
Claudio.
P.S. Ci tengo a precisare che, per fortuna, la Padania e la categorizzazione morale su base geografica sono oscenità che esistono solo nelle menti malate e rancorose. Se così non fosse non starei in questo preciso momento cingendo le spalle della mia splendida, calorosa, divertente, intelligente ragazza bolognese (ahimè tua collega in quanto servizio-civilista equa e solidale), e non mi sentirei felice e a casa qui nella vecchia Bologna.
Nemmeno ti auguro di innamorarti (se ci riesci, visto che il cuore ce l'hanno i meridionali) di una bella ragazza siciliana dagli occhi infuocati e dalla pelle ambrata, perchè ho paura che nemmeno quello riuscirebbe a ricondurti tra le persone che il cervello la mattina lo accendono, invece di tenerlo a mollo nella candeggina perchè si smacchi da ogni minima ombra di pensiero.
P.P.S. Mi domando quale idea potrai avere delle popolazioni del Terzo Mondo, visto che la pensi così sugli italiani come te, e mi domando quale follia concentrica abbia permesso ai titolari della bottega dove espleti il tuo Servizio Civile di permettersi di assumere un tale rifiuto umano (altro che l'immondizia nelle strade di Napoli).
P.P.P.S. Quanto alla tua sottile analisi politica, per farmi coraggio mi limito a sfogliare "La giornata di uno scrutatore" (Calvino) e a ricordare che se in questo Paese le suore facevano votare Dc ai malati di mente, è nell'ordine delle cose che la Lega abbia una sua base elettorale...
Di nuovo auguri. Confido in Darwin e nella selezione naturale della specie, e in essa trovo il conforto di cui ho bisogno. Gli errori evolutivi ci sono e per fortuna non si riproducono (quasi) mai.

lunedì 1 ottobre 2007

Quello che non c'è

I

Plic. Una goccia in più.

Gemito di piacere oltre la parete.

Plic. Un’altra goccia nella vasca già piena.

Ancora gemiti e mugolii, ingigantiti dall’eco.

Plic. Ultimo residuo dal rubinetto chiuso.

Ultimo grido disperato e appagato.

Silenzio.

Matteo è seduto sul pavimento freddo di piastrelle del bagno, la manica del maglione a trama larga tirata sul gomito, il braccio immerso nell’acqua della vasca. Agita piano, e sulla superficie increspata rimbalzano piccole onde concentriche. Quando non sente più il contrasto di temperatura, capisce che è calda al punto giusto.

Nella vasca beccheggia una piccola nave di legno, barca a vela.

Si apre la porta, ruotando con cigolìo di cardini. Roberta entra. Lui si gira a guardarla.

E’ completamente nuda, come al solito. Matteo si aggiusta gli occhiali sul naso e torna alla sua barchetta. Roberta, senza parlare si infila con eleganza nella vasca, e il movimento dell’acqua le avvicina la barchetta.

- Bella scopata, se è questo che vuoi sapere- dice rigirandosi tra le dita il modellino.

Silenzio.

- So cosa stai per dire…- si gira a guardarlo- è il terzo in una settimana, si. E no, non mi sento più puttana del solito!-

“…del solito”, pensa Matteo, ma è come formulare una nuvoletta da fumetto, lo si legge nell’aria.

- Te l’ho detto mille volte che la tua morale non mi interessa- Roberta continua, e nel frattempo si insapona meticolosamente, accarezzandosi i seni pieni –mi piacciono, li scopo, punto.-

Punto.

Matteo si alza:- E io ti ho detto mille volte che non mi devi nessuna spiegazione… fai quel cazzo che ti pare…- ed esce. Lei si immerge facendo bollicine tra la schiuma.

Nel corridoio il tipo è un po’ spaesato, si copre pudicamente al passaggio di Matteo. Forse non se lo aspettava.

- Complimenti, stallone…- Matteo gli batte una pacca sulla spalla, e si richiude dietro la porta della sua stanza.

Stereo. Afterhours.

Quello che non c’è…

II

Per Roberta è diverso.

Per lei è sempre stato il lampo di un istante. E’ sempre stato cogliere l’attimo, sempre e comunque. E davvero le piace troppo, le piace troppo sentire il desiderio crescere nell’uomo, sentirne l’odore, le piace infine prendere tutto quello che hanno da darle i suoi amanti occasionali, e riscaldarsi il cuore e il sesso, per una notte. Solo una notte.

E almeno questo, Matteo dovrebbe capirlo. Lui sempre immerso nei suoi schizzi astratti, appassionato solo dell’arte, del colore del gioco di pennello del rincorrersi di luci ed ombre sulla tela. Matteo ama vedere i suoi quadri prendere vita e raccontarsi senza didascalie, come la vita si riduce all’impressione sulla retina di un attimo.

Certo a Roberta non piace l’arte, in quanto espressione della volontà dell’uomo di andare oltre. La sua filosofia è assaporare fino in fondo la torta, cogliere la vibrazione, aprire le gambe e farsi prendere dal mondo. Ma, in fondo, se ci pensa, anche il sesso è una forma d’arte. Richiede fantasia, creatività, richiede intelligenza, profondità, e molta passione...

Il segreto, quello che non ha il coraggio di ammettere con Matteo, è anche la ragione dei suoi continui cambiamenti. Roberta non ha ancora trovato quello che cercava. Un amante che fosse davvero artista, qualcuno che le desse molto più di un poco di piacere, quasi meccanico. E molte volte, nemmeno questo ammetterà mai, ha finto. Ha finto perchè sapeva di Matteo oltre la parete, chino sulla vasca nel rituale usato delle loro serate, ha finto per rabbia, per orgoglio. Ma è sempre strano. Matteo incatenato al suo passato con una ragazza che non esiste più, è andata oltre, eppure non si decide a sbloccarsi. Non si decide a farsi una nuova vita, si nasconde dietro gli occhiali, tra le scatole dei pastelli, e disegna. Cosa poi... Roberta non è mai entrata in camera sua, per un accordo vecchio quanto la loro convivenza. Matteo aveva posto un’unica condizione. Che nessuno, nemmeno lei, sarebbe mai entrato nella sua stanza. Quante volte, per curiosità, avrebbe voluto entrare, mentre Matteo era fuori. Ma non l’aveva mai fatto. Lei, la donna sprezzante, aveva mantenuto quest’unica remora. Perchè in qualche modo sentiva che era importante. E non solo per l’amico Matteo...

Matteo, che tra i suoi disegni, sbuffa e riprende in mano il pennello. Osserva alla luce della lampada alogena il dipinto, lo squadra, e riprende da dove aveva interrotto.

Matteo che pensa ad un ragazza più lontana della Sicilia amata, pensa a una vita seppellita nella stasi, nella paura di andare avanti. Matteo che distoglie lo sguardo dal quadro e lo lancia sulla foto appesa in cornice sulla scrivania. E dentro, a sorridergli, la sua ragazza. Ora ex-ragazza. Matteo si alza, e con gesto misurato abbassa il vetro e quel sorriso a salutare il pavimento. Poi esce per un tè...

III

Roberta esce dalla vasca, si avvolge attorno alle membra sottili un asciugamano, bianco, strizza i capelli nel lavandino. E va’ in cucina.

Lo stallone se n’è andato. Forse era più furbo dei predecessori. Poco male.

- Matteo, prepara un tè anche per me, vuoi?-

Grugnito di assenso.

- Senti...-

-...-

- Matteo, mi dispiace averti aggredito, prima...-

- Non preoccuparti...- la sua voce è stranamente profonda, la turba. – non preoccuparti...- ripete- ci sono abituato-. Matteo lancia uno sguardo ad accarezzarle le gambe nude stese sul divano, la fissa negli occhi e se ne va’.

Roberta allibita. Si alza, toglie il bollitore dal fuoco, versa nelle tazze, aggiunge zucchero. Solo per Matteo. Lei lo prende senza.

-Esco-

Matteo è una voce che si allontana, e la porta sbatte.

Roberta che non capisce più nulla, si precipita in corridoio con la bocca aperta. E’ proprio andato!

Si toglie con gesto elegante l’asciugamano di dosso e inizia a smuovere i capelli, tanto lei li porta sempre spettinati. E in quel mentre la colpisce un particolare. La porta della stanza di Matteo. Aperta. Come non era mai successo.

Stavolta capisce che non può non entrare. Si vestirà dopo. Muove i piedi nudi sul pavimento, con circospezione, si guarda attorno. E poi vede.

Vede i quadri di Matteo. O meglio, si vede nei quadri di Matteo. Lei che fa’ il bagno, lei nuda, in piedi, lei che giace con una figura maschile, lei che sorride in primo piano e fa’ volare i petali di un soffione. Lei, distesa sul divano, che dorme. Un’intera collezione, solo per lei.

IV

Matteo, in strada, guarda la notte salire dall’est. Guarda Piazza Grande tingersi di seppia, come una foto d’altri tempi, immobile coi suoi passanti e gli habituè, seduti sui gradini a raccontarsi di niente, o soli come lui. Soli nel fondo della sera, e nel cuore. Matteo si chiede che cosa stia facendo lei, in questo momento. Forse prepara insieme alla madre la cena. In fondo è l’ultimo dell’anno. Ed io?

Io cosa ci faccio qui, si chiede Matteo. Cosa ci faccio qui.

Perchè non scappo in treno a Messina. Sono undici ore, domattina presto sarei lì.

Perchè non scappa, Matteo lo sa bene. E si alza, rivolge i suoi passi indietro verso casa. In fondo è stato davvero imperdonabile. Deve chiedere scusa a Roberta. Magari stasera salta la divisione e cucina lui. Si...

Casa è vicina. Hanno trovato un trilocale carinissimo in via Broccaindosso. Segue Strada Maggiore fino a Scienze Politiche, il portico dei Servi, ed è già arrivato. Il portone, come sempre, cigola, ma è ovvio. Matteo apre la porta, senza fare troppo rumore. Ma non sente niente.

La chiama:- Roberta?- in tutte le stanze, in fondo sono due. In cucina non c’è, in bagno nemmeno, nè in camera sua. Sarà uscita, si dice.

Entra nella sua stanza e si toglie il cappotto, lo butta sul letto, e accende la luce. Il quadro lo attende, ma attenderà ancora un po’. Per adesso cerca solo di ricordarsi i punti da correggere, gli sbaffi di colore.

Si siede e afferra il pennello, ma una mano, ben nota, scende a carezzargli la spalla.

- Roberta! Che diavolo ci fai qui? Lo sai che...-

- Shhh!- Roberta lo zittisce, tappandogli la bocca. La sua mano sa di bagnoschiuma. Ma è una mano così calda...

- Matteo, alzati...- gli sussurra nell’orecchio. Nell’ombra dietro la sedia, Roberta è nuda, in piedi, come in quel quadro... come molte volte, ma stavolta, Matteo lo avverte, aspetta lui...

V

Fuori si spengono gli ultimi botti. É già l’alba. Roberta si stira tra le coperte, senza aprire gli occhi. Sulle palpebre ha come in film ogni secondo della notte. La loro notte, e la più bella da sempre.

La luce le ferisce lo sguardo, e ci mette qualche secondo per capire che Matteo è già in piedi.

- Matteo?- lo chiama, usando la voce più vellutata possibile.

Lo cerca in cucina, in bagno, entra nella sua stanza. La luce dona nuovi contorni alle cornici. Ma Matteo non c’è. C’è un biglietto, attaccato sul vetro, proprio sul ritratto della sua ex.

Dice: Parto. Grazie di tutto. Matteo.

Roberta si siede a terra.

E piange.