Vivevamo in un Paese dimentico di se stesso. Apparentemente nulla era cambiato. Non c’erano uomini in divisa nera a marciare per le strade, né roghi di libri o notti dei cristalli. La nostra era una quotidianità esasperata, un Nemico da combattere non c’era. Ma non c’erano nemmeno colli e montagne dove esiliarsi e organizzare le file della resistenza. Non c’era più un fuori. Eravamo tutti ingranaggi della macchina.
Apparentemente nulla era cambiato. Ma anche se erano in pochi ad accorgersene, qualcosa nei contorni sfumati ci diceva che non era più possibile tornare indietro. Qualcuno credeva di opporsi, agitando vecchie bandiere e nuove bandiere. Qualcuno se la prendeva con il Presidentissimo e la sua corte dei miracoli. Articoli di fuoco venivano scritti e stampati, per denunciare il declino morale della nazione. E tuttavia la nazione continuava a scomparire. Un giorno finirono i cortei. Si protestava online, si cliccava. E ogni clic era un dollaro in più nelle casse di qualcuno. La verità è che tutto, improvvisamente, divenne inutile. C’era un mercato di slogan, pro e contro, e tutti guardavano nella direzione indicata, e non vedevano il resto. Mentre le bandiere garrivano al vento, e i computer bollivano di lunghe lettere evanescenti, pezzo per pezzo si scavavano i fossati. E ognuno diventava più solo, più esposto, più vuoto.
Non esistono inizi. Nella storia non esistono moti primi, scaturigini. Tutto è un fluido, un fluido che va avanti, ogni avvenimento reca traccia delle premesse gettate, anche secoli prima. I movimenti della storia sono il frantumarsi del pack, il levigarsi della montagna. Ma gli uomini conoscono una vita breve e distorta. Tutti come bimbi nel carrello del supermercato, a spiare gli scaffali e gli altri bambini nei carrelli attraverso la lente di un succo di frutta. Gli uomini necessitano di origini, di fatti stabili. Gli uomini costruiscono casa sulla terra e non sull’acqua, perché la terra, per quanto friabile e dinamica, muta nelle ére.
L’inizio di tutto, allora, fu il primo gennaio del 2000. Ci avevano raccontato per mesi e mesi del Mostro. Il Baco sarebbe arrivato e avrebbe polverizzato ogni cosa. Ogni dato, ogni azione, ogni processo sarebbe stato cancellato. Eravamo nudi al suo cospetto. Poco importa che quasi sei miliardi di persone non avessero mai visto un computer, che almeno due di quei miliardi non conoscessero l’energia elettrica. Si pensava che il mondo fosse tutto connesso, tutto un’unica autostrada digitale dove presto sarebbe calato l’Orrore. Perché a rischiare per il Baco erano quelli che contavano, quelli che avevano il controllo delle risorse e della politica. Gli altri facevano solo numero.
E mentre tutti stavano in attesa trepidante, i volti illuminati dal chiarore cilestrino dei monitor, gli occhi sgranati, il Baco fu lanciato. Tutti i tecnici informatici, gli esperti e i cacciatori di hacker, le polizie postali di mezzo mondo gli diedero la caccia. Ognuno sosteneva di averlo visto ad un diverso casello di quella sterminata autostrada del bit.
Fu così che nessuno si accorse di ciò che stava accadendo davvero.
Fino a quel momento l’organizzazione ora universalmente conosciuta come
Così quel giorno, i tecnici della corporazione penetrarono nei sistemi sguarniti di milioni di utenti, quelli giusti, mentre gli utenti guardavano da un’altra parte, cercavano il Baco. Carpirono i dati che dovevano carpire e si ritirarono. Nel giro di mezz’ora ci fu un tonfo alla borsa di New York, seguito da altrettanto rumorosi tonfi alle borse di Tokyo, Londra, Pechino, Francoforte. Una dopo l’altra le grandi corporazioni crollarono. Inspiegabilmente tutte le loro azioni, i depositi, le concessioni, finirono sparpagliate in mille rivoli, indirizzate a società anonime e mai sentite. La legge non poteva nulla, perché non era rimasta traccia delle precedenti proprietà. E il diritto tutela solo l’evidenza, il diritto sancisce solo la potenza. Una alla volta le piccole società iniziarono a cedere i loro diritti di sfruttamento, i loro pacchetti azionari alla corporazione, che ingrossò come un gigantesco bruco. E un giorno divenne farfalla. Cambiò nome: sarebbe stata da allora
E anche nel nostro Paese senza memoria e senza immaginazione, tutto fu smontato e un pezzo alla volta riassemblato nei parchi giochi della Multinazionale. Le ferrovie, le poste, l’acqua, la luce, il gas, i cantieri navali, le compagnie aeree, le università e i centri di ricerca, gli ospedali. Alcune di queste cose erano state in un tempo non molto lontano tristemente statalizzate quasi a morte. La risposta fu una allegra e generalizzata svendita ai sottotenenti coraggiosi, che coraggiosamente fecero naufragare ogni cosa. Ma
Un tempo il Presidentissimo non era altro che un piccolo gerarchetto di seconda fila, uno squalo allevato nei laboratori del Rinnovamento social-nuovista. Poi, finita l’ultima guerra con la fantasia, gli fu data l'opportunità di fare il grande salto. Prima di lui la televisione era uno strumento di servizio o un blando tranquillante. Con le sue ballerine e le barzellette sporche, essa divenne tutto. La fonte dell'autorità, il luogo della discussione, l'amico a cui chiedere consigli, il salottino del pettegolezzo. E poi l'arena, la gogna. Sopra ogni cosa essa divenne la più potente arma di distrazione di massa. Ciò che era dentro la scatola esisteva, ed era giusto e vero; ciò che rimaneva fuori non aveva cittadinanza nella nuova Repubblica Mediatica. Il risultato fu un Paese pacificato, uniforme, incapace di futuro perché dimentico di ogni cosa che del suo presente.
E a questo Paese moribondo,
Quando alla fine il Presidentissimo cadde, ci fu un baccano di scimmie allo zoo. Come un palloncino il suo faccione ammiccante si sgonfiò con un discreto peto, ma il chiasso era troppo alto. Responsabilmente e nell’interesse del Paese, un manipolo di servitori dello Stato si riunì per discutere le sorti della democrazia. Nella sala affrescata dagli alti soffitti, confortati dalla premurosa assistenza dei plenipotenziari MultiCorp, essi strinsero un patto d’acciaio. Così nacque il Governissimo di Emergenza Democratica. L’emergenza la sceglievano loro, di volta in volta. E uno stuolo di tv, giornali e agenzie di comunicazione risposero senza esitazioni al patriottico appello, pronti per diffondere il verbo, il Tema all’Ordine del Giorno. Tutto il resto fu dimenticato.
E così il Paese tirò un sospiro di sollievo. Squadre di difensori dell’ordine pubblico furono reclutate per garantire che gli onesti e produttivi cittadini fossero difesi da guastafeste, no-global e intellettuali dalle troppe pretese. Le Università, ora privatizzate, vennero fortificate e presidiate giorno e notte. Fuori dai concerti e dagli stadi si moltiplicarono i posti di blocco. A un certo punto spuntarono le tessere. Serviva una tessera per andare allo stadio, una tessera per entrare al concerto, una tessera per accedere alle università, una tessera per avere una birra. E da quelle molte tessere, infine, con grande razionalità, fu inventata
Poi una mattina si svegliarono, e capirono che si erano venduti tutto, capirono che nulla più era possibile fare. Capirono che era una gabbia. Qualcuno protestò per le tariffe esose dell’acqua, e fu respinto con gli idranti, percosso, arrestato. Qualcuno protestò per la sanità scadente e venne bombardato di lacrimogeni e fumogeni, e non pochi morirono asfissiati. Gli ultimi reduci assaltarono le università per liberarle, e furono respinti con proiettili di gomma, poi con proiettili veri. Il giorno dopo era tutto silente. Le strade, sgombre, respiravano pacifiche. Nessuno seppe mai chi aveva vinto e chi aveva perso.

