mercoledì 16 dicembre 2009
lunedì 12 gennaio 2009
Novità Novita !!!
E non dite che non vi voglio bene.
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venerdì 23 maggio 2008
Mmiezz' 'a via

La risacca penetra impercettibile dalle grandi finestre cigolanti, portando salsedine e lucidità.
Nel corridoio irrorato di iodio Francesco, in attesa della sentenza. Voci ovattate circolano distanti. Francesco è stanco. Dopo tre mesi di dibattimenti, due anni di indagini. Dopo vent’anni di magistratura. Di pubblica accusa.
Sorride amaro. Non è facile, per nessuno, mai.
- Dov’è il dott. Caracciolo? Dottore? Dottò!- una voce gli si avvicina, riportandolo alla coscienza. Si rimette diritto:- Armando... che c’è?-
- Eh... il Presidente legge la sentenza... venite, andiamo-
Francesco si alza, con un po’ di fatica.
- Siete stanco?-
- Solo un po’...-
Nell’aula c’è pieno. Decine di giornalisti; gli imputati, tutti in fila, due avvocati per uno. La crème della camorra locale, compresi tre assessori e due marescialli dell’Arma.
Il Presidente della corte si alza:- Diamo lettura della sentenza...-
Flash. Ancora flash. E per ogni foto, dieci anni di galera.
Saranno scattate molte foto, stasera.
-...infine gli imputati Vasile Giovanni, Vasile Antonio e Percuoco Giuseppe sono riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso in omicidio ai danni della Sig.ra Barone Antonietta e del figlio Carmine, di anni 7, con l’aggravante della giovane età della vittima. Pertanto la Corte li condanna ad anni 30 di reclusione, di cui 10 in regime di isolamento, da scontarsi presso il penitenziario di Poggioreale. La Corte si ritira-
Sporadici applausi, orgia di flash e urla. Dei condannati, urla degli avvocati, dei familiari delle vittime. Solo urla, le une sulle altre, accavallate nell’enorme babele dei risentimenti.
Poi un grido più chiaro, che lo colpisce al volto:- Omm’ ‘e niente!-
Si gira. Percuoco.
- Francè, tu si n’omm ‘e niente!-
Francesco batte appena le palpebre, come si fa con una goccia di acqua insidiosa. Sotto la doccia di insulti, tace.
Fuori dal tribunale lo aspettano i giornalisti. Lo sapeva. Non può farci nulla.
- Dott. Caracciolo, è soddisfatto della sentenza?-
Si gira a guardare. Il giornalista sorride, intrusivo.
- Ho fatto solo il mio dovere... tutto qua-
- Dott. Caracciolo, l’imputato Percuoco ha usato parole molto violente in aula, nei suoi confronti. La cosa non la turba?-
- In verità ho visto di peggio...- risponde, distratto. Più in là, nell’aria marina e volubile, i cellulari della Penitenziaria si allontanano, lampeggiando le sirene. Francesco li segue con lo sguardo fino alla curva. Saluta con un cenno del capo i giornalisti e scende gli scaloni, verso la macchina aperta.
Il mare, in fondo alla strada, lampeggia piano riflessi lunari.
- Pino! Ja, e tira ‘sta palla!-
- E un momento!-
- Un momento? E se lo sapevo che ci mettevi tutt’ ‘stu tiemp’, nun scennevo proprio!-
Estate 1972. Il sole spezza le pietre della strada, accentua fratture negli intonaci e sudore tra i capelli fradici. Francesco è in porta, con i guanti vecchi del nonno, di pelle dura. E’ Luglio. La controra tiene le famiglie rintanate in casa. Immobili come gechi, in attesa che passi, aspettando la sera e un briciolo d’aria.
In mezzo alla strada ci sono solo loro, fradici di sudore, che giocano a rigori. Francesco sbuffa perchè si è scocciato di aspettare cinque minuti per ogni tiro. E poi lui con Pino ci ha fatto si e no tre partite dietro i fabbricati, sulla brecciolina. Ma Pino ha il pallone, e quindi ha sempre ragione.
E infatti:- Se vuoi me ne vado, eh!- sta dicendo Pino.
- No no! Dicevo così...-
Estate 1972, pantaloncini corti di cotone liso e Cinquecento parcheggiate sopra i marciapiedi, poche, come i soldi nel quartiere.
Pino possiede un tesoro, un pallone di cuoio vero, con le cuciture e tutto, che gli ha regalato il padre per la comunione. Tutti i ragazzini del quartiere glielo invidiano, ma nessuno, nemmeno quelli più grandi, alcuni già mariuoli di professione, nessuno ha mai provato a prenderselo, quel pallone. Perchè Pino porta un cognome che incute rispetto.
Bang! La botta del pallone contro il muro fa scoppiare un’altra bolla di intonaco, lasciando dietro solo un mantello grigio di calcestruzzo.
Si sentono le imposte al primo piano sbattere. E’ la signora Toro, quella vecchiaccia acida e zitella, che urla agitando la scopa. Pino e Francesco scappano a rotta di collo, sotto le teorie di panni stesi da balcone a balcone, che si muovono pianissimo. Qualche piccione vola via, stizzito.
Dopo diversi minuti si fermano, ansimanti, dietro un muretto a secco.
- Uffa...- rantola Pino- ma sotto casa tua non si può proprio pazzià!-
- E che ci posso fare? Quella là abita! Andiamo da un’altra parte, ja-
- Si, un momento, però-
Restano così, cinque minuti buoni a riprendere fiato, con il sudore che attacca i vestiti addosso, e scivola in gocce salate dalle tempie. Si sente solo il rumore dei loro respiri, e un grammofono chissà dove che suona Ravèl.
- Andiamo al bar?- dice Pino, rimettendosi in piedi.
- E perchè? C’hai soldi tu?-
- No, però a quest’ora ci sta mio padre, penso. Si va sempre a pigliare il caffè da Rino...-
- Eh... beato te. Mio padre i soldi per il caffè al bar non li tiene...-
Il vicolo comincia a prendere vita, ormai. Si affacciano signore, con i grembiuli sporchi di salsa, che fanno chiacchiere dopo pulita la cucina. Qualche cane comincia a cercare la cena. E il bar si popola.
- Pino! Bell’e papà, e che ci fai qua? Vuoi un gelato?- il padre di Pino li ha visti da lontano, mentre andava al bar. Fa’ una carezza al figlio: – E chi è questo qua? Un tuo amico?-
- Giochiamo a pallone...- spiega Francesco.
- E certo!- sorride- allora vieniti a prendere anche tu un gelato, vabbuò?-
I ragazzini non se lo fanno dire due volte, ed entrano.
Dalla radio si sente la voce di Mario Merola, qualcuno gioca a carte nella penombra. Il barista sta parlando con due avventori, al bancone, che si prendono il caffè.
- Don Niculì, buongiorno!- Gennaro, detto Rino, lascia il suo posto per andare a salutare il padre di Pino. Qualcuno guarda e si toglie il cappello.
- Per piacere!- il padre di Pino è infastidito:- E che sso’ ‘sti mmosse? Quante volte vi devo dire che io mi chiamo Nicola... e basta! E non vi levate il cappello, p’ammore ‘e Ddio...-
I presenti sono stupiti:- Ma... don Niculì- dice il barista, poi si corregge:- cioè, Niculì... semplicemente vi portiamo rispetto...-
- Si, ma voi il rispetto o lo portate a tutti quelli che entrano o non lo portate a nessuno. Decidete voi...-
- Ma... anche per don Giuseppe, vostro padre...-
- Io non c’entro nulla con mio padre, Gennà! Niente! Solo perchè porto questo nome maledetto... non significa che non mi guadagni il pane onestamente...-
I presenti, ammutoliti, squadrano la scena. I ragazzini assistono, anch’essi in silenzio.
- Vabbuò, ja- rabbercia il barista- mo non facciamone una questione. Vi posso offrire nu cafè?-
- Nossignore. Il caffè io lo pago, se non ti dispiace... Visto che ho un negozio e i soldi miei vengono solo da là, ti ho detto... he capìt’?-
Gennaro annuisce, deferente: - E chi ha mai detto niente?-
Nicola fa una smorfia:- Vabbè, lascia stare. Ah... e mettici pure due gelati pe ‘e ccriature-
- Sissignore...-
Francesco non ha capito bene la questione qual è, ma non gli importa molto. Si prende il gelato e ringrazia, come gli ha insegnato la mamma. Fare troppe domande è cattiva educazione.
Escono dal bar, il padre fa una carezza a Pino e si raccomanda:- Non fa’ tardi sta sera, eh! Che tua madre si preoccupa, quella santa donna...-
Pino scuote la testa, con la faccia già tutta sporca di gelato, e si allontana con Francesco.
A un certo punto, sentono un rumore strano, fortissimo.
Si girano. C’è una moto nera, con due persone sopra, che corre dalla destra verso il bar. Nicola la vede, si gira verso il figlio, allarmato, urla:- Curre, Pino! Scappa!-
È un attimo. Il passeggero tira fuori una pistola dal giubbotto e spara tre, quattro volte. Poi rombano via.
Il padre di Pino scivola contro la parete, lasciando tre linee di sangue, e si accascia a terra.
I ragazzini sono immobili, pietrificati.
Ad un tratto il rumore di fuori si spegne, Francesco sente come un risucchio nelle orecchie e poi il silenzio. Solo la sensazione della brecciolina che fa l’asfalto sotto le scarpe.
Sul marciapiedi c’è una pozza di sangue che si allarga. Tutto sembra andare al rallentatore.
Francesco si avvicina.
Il sangue è rosso, vivo. Il sangue sembra possa alzarsi da terra e formare una figura. Francesco non può smettere di guardarlo. E’ come un disegno riuscito bene. Si domanda dove lo facciano quel tipo di colore. Rosso carminio, forse, direbbe la professoressa di disegno. Francesco agita la mano sopra la testa di Nicola, per vedere se c’è l’anima, che sta uscendo. La muove piano, ipnotizzato. Il mondo è una bolla in procinto di esplodergli addosso.
E gli esplode. Due braccia lo tirano via, a un tratto sente tutto. Le urla, gli strepiti. Vede Gennaro il barista che si inginocchia, le persone trattengono il fiato. Gennaro si gira e dice:- E’ muort’!-
Ripartono le urla, delle decine di persone richiamate ai balconi dagli spari. E’ l’intero quartiere che si smuove dalla controra, esce alla luce del sole e grida, perchè non c’è altro da fare. Forse qualcuno ha chiamato la polizia, forse no.
Francesco non lo sa, non ci sta pensando. Guarda solo Pino, in piedi vicino al cadavere del padre. Urlando, nessuno si è ricordato di lui. Non piange, è immobile, mentre dai balconi si sente:- Currite! Currite! Ann’ accis’ a don Nicola Percuoco! U’ maronna!-
Il sole spezza un po’ di più l’asfalto sotto le scarpe, Francesco cammina all’indietro e guarda Pino allontanarsi mentre le braccia di qualcuno, forse sua madre, lo trascinano via. Non c’è un alito di vento.
- Dottore, che avete?- Armando, il segretario, riporta Francesco alla coscienza.
- Eh? No, niente... sto bene, nun te preoccupà...-
La macchina è silenziosa, sfiora la notte come velluto, quasi non volesse disturbare la città, che ancora veglia. Sempre. Dalle cucine illuminate al televisore, dai lampioni sfrigolanti per i pochi passanti, viene un alone di quotidiano. Odore di cipolle misto alla salsedine dentro il finestrino di Francesco.
- Siete sicuro che state bene? Già prima...-
- Nossignore, ti ho detto che sto bene... è solo... sono solo un po’ stanco-
Silenzio. Da qualche parte adesso i telegiornali stanno informando: -Concluso il processo ai clan Vasile e Percuoco, negli ultimi anni alla testa del cartello della droga nell’area di S. e provincia. Queste le dichiarazioni del pm Francesco Caracciolo, che ha coordinato le indagini...-
Le mie dichiarazioni... sta pensando Francesco. Sospira piano, impercettibilmente.
- Dottore?-
- Si, Armà, dimmi-
- Non so se posso fare questa domanda... non sono fatti miei...- inizia, cauto, il segretario.
- Avanti, ci conosciamo da una vita...- Francesco si gira a guardare.
- No, è che... quel Percuoco, prima... vi ha chiamato per nome... lo... lo conoscete?-
Francesco annuisce, increspando appena le labbra:- Si, lo conosco... cioè, lo conoscevo...-
Il segretario sembra stupito. Aggrotta le sopracciglia:- E dove...-
- Dove? Mmiezz’ ‘a via, Armà... come sempre...- Francesco gira gli occhi stanchi con un goccio di sangue di troppo verso il finestrino aperto.
Lontano, c’è il suono del mare, ma non si sente.
Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti è puramente casuale.
mercoledì 16 aprile 2008
domenica 13 gennaio 2008
Lettera aperta ad un leghista
non siamo bambini. possiamo sdoganare il fatto che chi dice Romaladrona
è un brutto-cattivo-pocodibuono? Possiamo toglierci di dosso la
frasettina ipocrita da bar che inizia con "Io non sono razzista,ma..."?
lasciatemi fare un po' di sano leghismo della prima ora (non quello che
poi è sfociato nel razzismo e nei deliri).
penso che il migliore dei mondi possibili sia fatto da mente del Nord e
cuore del Sud.
ho fatto un piccolo giochino, per vedere però la distribuzione delle
provenienze geografiche di chi ci governa (quelle che dovrebbero essere
le "menti") (26 ministri + Prodi).
3 vengono da sopra il Po (Barbara Pollastrini - pari opportunità,
bresciana, Tommaso Padoa Schioppa - economia, belumat, il nostro amato
comunistissimo Paolo Ferrero, quello che ci dovrebbe pagare...). Tra
l'altro Ferrero è per poco in Padania, perchè è nato nella seconda
valletta a nord del Po.
1 dubbio, Giuliano Amato è nato a Torino (non so se sopra o sotto il Po)
10 dal Po a Roma (Prodi - reggiano, il grande Bersani - piacentino,
Bonino/Damiano/Turco - cuneesi (ecco perchè uno dei primi punti del
programma era il "cuneo fiscale"...), Mussi - livornese, Santagata -
modenese, Raviolone Fioroni - viterbese, Chiti - pistoiese, Bindi - senese,
13 in the deep south (Gentiloni/Bianchi/Rutelli romani, l'inutile e
dannoso da 32 anni in Parlamento Clementone Mastella - beneventano,
Pecoraro Scanio/Parisi (poi nettamente sassaresizzato) - salernitani,
Nicolais - napoletano, D'Alema/De Castro - brindisini, Lanzillotta -
cosentina, Di Pietro - molisano, Melandri - newyorkese (NY è alla stessa
latitudine di Napoli, quindi....;-P) )
vi abbandono, e vi scasso i maroni anche in allegato, con una citazione
di bersani, 10 luglio 2006 Padova convegno sul nordest (non so come ho
fatto ad arrivare in orario visto che il giorno prima era popopopopopopo
o se volete oh Ranocchio b....... appena dopo la barbogiona di Grosso
nella porta sotto la Ostkurve). potrei continuare il giochino... Grosso
- grande cuore - pescarese, Pirlo - la mente dei campioni del mondo -
bresciano, però non paragonatemi il Loffio Inzaghi a Bersani...
> «Il Nord deve avere il gusto
> per la leadership culturale in Italia,
> anche attraverso il suo spirito
> civico».
ci vediamo fra una settimana
mattia
lunedì 1 ottobre 2007
Quello che non c'è
I
Plic. Una goccia in più.
Gemito di piacere oltre la parete.
Plic. Un’altra goccia nella vasca già piena.
Ancora gemiti e mugolii, ingigantiti dall’eco.
Plic. Ultimo residuo dal rubinetto chiuso.
Ultimo grido disperato e appagato.
Silenzio.
Matteo è seduto sul pavimento freddo di piastrelle del bagno, la manica del maglione a trama larga tirata sul gomito, il braccio immerso nell’acqua della vasca. Agita piano, e sulla superficie increspata rimbalzano piccole onde concentriche. Quando non sente più il contrasto di temperatura, capisce che è calda al punto giusto.
Nella vasca beccheggia una piccola nave di legno, barca a vela.
Si apre la porta, ruotando con cigolìo di cardini. Roberta entra. Lui si gira a guardarla.
E’ completamente nuda, come al solito. Matteo si aggiusta gli occhiali sul naso e torna alla sua barchetta. Roberta, senza parlare si infila con eleganza nella vasca, e il movimento dell’acqua le avvicina la barchetta.
- Bella scopata, se è questo che vuoi sapere- dice rigirandosi tra le dita il modellino.
Silenzio.
- So cosa stai per dire…- si gira a guardarlo- è il terzo in una settimana, si. E no, non mi sento più puttana del solito!-
“…del solito”, pensa Matteo, ma è come formulare una nuvoletta da fumetto, lo si legge nell’aria.
- Te l’ho detto mille volte che la tua morale non mi interessa- Roberta continua, e nel frattempo si insapona meticolosamente, accarezzandosi i seni pieni –mi piacciono, li scopo, punto.-
Punto.
Matteo si alza:- E io ti ho detto mille volte che non mi devi nessuna spiegazione… fai quel cazzo che ti pare…- ed esce. Lei si immerge facendo bollicine tra la schiuma.
Nel corridoio il tipo è un po’ spaesato, si copre pudicamente al passaggio di Matteo. Forse non se lo aspettava.
- Complimenti, stallone…- Matteo gli batte una pacca sulla spalla, e si richiude dietro la porta della sua stanza.
Stereo. Afterhours.
Quello che non c’è…
II
Per Roberta è diverso.
Per lei è sempre stato il lampo di un istante. E’ sempre stato cogliere l’attimo, sempre e comunque. E davvero le piace troppo, le piace troppo sentire il desiderio crescere nell’uomo, sentirne l’odore, le piace infine prendere tutto quello che hanno da darle i suoi amanti occasionali, e riscaldarsi il cuore e il sesso, per una notte. Solo una notte.
E almeno questo, Matteo dovrebbe capirlo. Lui sempre immerso nei suoi schizzi astratti, appassionato solo dell’arte, del colore del gioco di pennello del rincorrersi di luci ed ombre sulla tela. Matteo ama vedere i suoi quadri prendere vita e raccontarsi senza didascalie, come la vita si riduce all’impressione sulla retina di un attimo.
Certo a Roberta non piace l’arte, in quanto espressione della volontà dell’uomo di andare oltre. La sua filosofia è assaporare fino in fondo la torta, cogliere la vibrazione, aprire le gambe e farsi prendere dal mondo. Ma, in fondo, se ci pensa, anche il sesso è una forma d’arte. Richiede fantasia, creatività, richiede intelligenza, profondità, e molta passione...
Il segreto, quello che non ha il coraggio di ammettere con Matteo, è anche la ragione dei suoi continui cambiamenti. Roberta non ha ancora trovato quello che cercava. Un amante che fosse davvero artista, qualcuno che le desse molto più di un poco di piacere, quasi meccanico. E molte volte, nemmeno questo ammetterà mai, ha finto. Ha finto perchè sapeva di Matteo oltre la parete, chino sulla vasca nel rituale usato delle loro serate, ha finto per rabbia, per orgoglio. Ma è sempre strano. Matteo incatenato al suo passato con una ragazza che non esiste più, è andata oltre, eppure non si decide a sbloccarsi. Non si decide a farsi una nuova vita, si nasconde dietro gli occhiali, tra le scatole dei pastelli, e disegna. Cosa poi... Roberta non è mai entrata in camera sua, per un accordo vecchio quanto la loro convivenza. Matteo aveva posto un’unica condizione. Che nessuno, nemmeno lei, sarebbe mai entrato nella sua stanza. Quante volte, per curiosità, avrebbe voluto entrare, mentre Matteo era fuori. Ma non l’aveva mai fatto. Lei, la donna sprezzante, aveva mantenuto quest’unica remora. Perchè in qualche modo sentiva che era importante. E non solo per l’amico Matteo...
Matteo, che tra i suoi disegni, sbuffa e riprende in mano il pennello. Osserva alla luce della lampada alogena il dipinto, lo squadra, e riprende da dove aveva interrotto.
Matteo che pensa ad un ragazza più lontana della Sicilia amata, pensa a una vita seppellita nella stasi, nella paura di andare avanti. Matteo che distoglie lo sguardo dal quadro e lo lancia sulla foto appesa in cornice sulla scrivania. E dentro, a sorridergli, la sua ragazza. Ora ex-ragazza. Matteo si alza, e con gesto misurato abbassa il vetro e quel sorriso a salutare il pavimento. Poi esce per un tè...
III
Roberta esce dalla vasca, si avvolge attorno alle membra sottili un asciugamano, bianco, strizza i capelli nel lavandino. E va’ in cucina.
Lo stallone se n’è andato. Forse era più furbo dei predecessori. Poco male.
- Matteo, prepara un tè anche per me, vuoi?-
Grugnito di assenso.
- Senti...-
-...-
- Matteo, mi dispiace averti aggredito, prima...-
- Non preoccuparti...- la sua voce è stranamente profonda, la turba. – non preoccuparti...- ripete- ci sono abituato-. Matteo lancia uno sguardo ad accarezzarle le gambe nude stese sul divano, la fissa negli occhi e se ne va’.
Roberta allibita. Si alza, toglie il bollitore dal fuoco, versa nelle tazze, aggiunge zucchero. Solo per Matteo. Lei lo prende senza.
-Esco-
Matteo è una voce che si allontana, e la porta sbatte.
Roberta che non capisce più nulla, si precipita in corridoio con la bocca aperta. E’ proprio andato!
Si toglie con gesto elegante l’asciugamano di dosso e inizia a smuovere i capelli, tanto lei li porta sempre spettinati. E in quel mentre la colpisce un particolare. La porta della stanza di Matteo. Aperta. Come non era mai successo.
Stavolta capisce che non può non entrare. Si vestirà dopo. Muove i piedi nudi sul pavimento, con circospezione, si guarda attorno. E poi vede.
Vede i quadri di Matteo. O meglio, si vede nei quadri di Matteo. Lei che fa’ il bagno, lei nuda, in piedi, lei che giace con una figura maschile, lei che sorride in primo piano e fa’ volare i petali di un soffione. Lei, distesa sul divano, che dorme. Un’intera collezione, solo per lei.
IV
Matteo, in strada, guarda la notte salire dall’est. Guarda Piazza Grande tingersi di seppia, come una foto d’altri tempi, immobile coi suoi passanti e gli habituè, seduti sui gradini a raccontarsi di niente, o soli come lui. Soli nel fondo della sera, e nel cuore. Matteo si chiede che cosa stia facendo lei, in questo momento. Forse prepara insieme alla madre la cena. In fondo è l’ultimo dell’anno. Ed io?
Io cosa ci faccio qui, si chiede Matteo. Cosa ci faccio qui.
Perchè non scappo in treno a Messina. Sono undici ore, domattina presto sarei lì.
Perchè non scappa, Matteo lo sa bene. E si alza, rivolge i suoi passi indietro verso casa. In fondo è stato davvero imperdonabile. Deve chiedere scusa a Roberta. Magari stasera salta la divisione e cucina lui. Si...
Casa è vicina. Hanno trovato un trilocale carinissimo in via Broccaindosso. Segue Strada Maggiore fino a Scienze Politiche, il portico dei Servi, ed è già arrivato. Il portone, come sempre, cigola, ma è ovvio. Matteo apre la porta, senza fare troppo rumore. Ma non sente niente.
La chiama:- Roberta?- in tutte le stanze, in fondo sono due. In cucina non c’è, in bagno nemmeno, nè in camera sua. Sarà uscita, si dice.
Entra nella sua stanza e si toglie il cappotto, lo butta sul letto, e accende la luce. Il quadro lo attende, ma attenderà ancora un po’. Per adesso cerca solo di ricordarsi i punti da correggere, gli sbaffi di colore.
Si siede e afferra il pennello, ma una mano, ben nota, scende a carezzargli la spalla.
- Roberta! Che diavolo ci fai qui? Lo sai che...-
- Shhh!- Roberta lo zittisce, tappandogli la bocca. La sua mano sa di bagnoschiuma. Ma è una mano così calda...
- Matteo, alzati...- gli sussurra nell’orecchio. Nell’ombra dietro la sedia, Roberta è nuda, in piedi, come in quel quadro... come molte volte, ma stavolta, Matteo lo avverte, aspetta lui...
V
Fuori si spengono gli ultimi botti. É già l’alba. Roberta si stira tra le coperte, senza aprire gli occhi. Sulle palpebre ha come in film ogni secondo della notte. La loro notte, e la più bella da sempre.
La luce le ferisce lo sguardo, e ci mette qualche secondo per capire che Matteo è già in piedi.
- Matteo?- lo chiama, usando la voce più vellutata possibile.
Lo cerca in cucina, in bagno, entra nella sua stanza. La luce dona nuovi contorni alle cornici. Ma Matteo non c’è. C’è un biglietto, attaccato sul vetro, proprio sul ritratto della sua ex.
Dice: Parto. Grazie di tutto. Matteo.
Roberta si siede a terra.
E piange.
domenica 15 luglio 2007
La paramorfosi
Era mattina inoltrata.
Mi alzai con un cerchio alla testa per il troppo alcool bevuto la sera prima, a casa di amici.
Ciabattavo lentamente verso il bagno, quando sentii una piccola voce.
- Signore! Psss! Ehi, signore!-
Mi girai per cercare la fonte di quel richiamo, flebile ma inconfondibile. In casa, ovviamente non c’era nessuno. Guardai dietro le porte, sotto il letto.
- Più su!- sentii di nuovo la voce, un po’ spazientita.- Sono sul ripiano delle pentole-
Strabuzzai gli occhi per la sorpresa. Il ripiano delle pentole?
Mi voltai molto lentamente. Sul ripiano delle pentole c’era solo quello scarafaggio insopportabile di cui avevo tentato di liberarmi il pomeriggio precedente, senza risultato.
- Si, esatto. Sono io...-
Feci un salto. Aveva parlato. Ne ero sicuro. Era stato lui a parlare. E con la voce di Jean Gabin, per giunta.
- Andiamo, si avvicini. Gli scarafaggi non mordono mica!-
Mi avvicinai con estrema cautela.
- Lei... lei... ma che diavolo...?!- farfugliai.
- Allora, ascolti...- disse l’insetto con un sospiro che gli scosse le lunghe antenne marroni – le devo proprio dirle una cosa, ragazzo mio. E anzi sono contento che abbia finalmente deciso di alzarsi... Sono le 11!-
-Ma... mi scusi, non credo che lei sia nella posizione di fare apprezzamenti sui miei orari, le pare?-
- Bene, come vuole... Ad ogni modo mi sono permesso di richiamare la sua attenzione, perchè c’è una faccenda che devo proprio discutere con lei...-
Mi resi conto che non avevo alternativa. Ascoltai.
- Le segnalo che, se non se ne fosse accorto, ieri pomeriggio lei ha proditoriamente tentato di assassinarmi. Con una sudicia scarpa da ginnastica, per giunta!-
- Esatto!- esclamai- e le dirò una cosa: era pre-me-di-ta-to!-
Lo scarafaggio parve assumere un’espressione più arcigna.
- Bene... se le cose stanno così... Credevo di avere un vicino dotato del minimo senso della civiltà, ma evidentemente mi sbagliavo...-
- Vicino? Senso di civiltà?- urlai- Ma... innanzitutto, caro signore, lei vive nella mia cucina, nel reparto delle mie pentole... e poi... insomma, lei è uno scarafaggio! Che ne sa di civiltà? Lei non dovrebbe nemmeno parlare, per la miseria!-
- Ah ecco!- ribattè l’insetto, agitando una zampa in modo polemico- Perchè, lei era convinto che fossero dotati di parola solo... non so, gatti randagi dall’accento romanesco, gufi bisbetici che rispondono all’assurdo nome di Anacleto e... non so, squali con la voce di Robert De Niro? Andiamo!!-
Ero inebetito. Lo scarafaggio continuò.
- Caro signore, questa è l’ennesima dimostrazione di quale gigantesca mistificazione venga perpetrata ogni giorno dal mondo degli umani ai danni del regno animale! Adesso siete voi a decidere chi ha diritto di parlare e chi no! Per la barba di Araknowakanka!-
- Dunque lei sostiene che anche gli insetti parlino?-
- Ma certamente! E le dirò di più: noi scarafaggi passiamo per essere anche personcine piuttosto educate e di buon gusto, sa? Non diamo fastidi, svicoliamo sempre appena possibile, non ronziamo continuamente da un orecchio all’altro, non attacchiamo animali domestici... ci limitiamo a ravanare nella vostra immondizia! Tra gli scarti che voi incoscienti producete, saturando questo povero pianeta!-
Allibito, replicai:- Noi incoscienti? Bè, se non fosse per la nostra spazzatura voi non sareste così tanti, sa?-
- Oh, ma certamente- rispose con tono cerimonioso – ed è esattamente per questo che non vi abbiamo ancora spolpati vivi tutti quanti... siete così bravi a produrre e produrre, e ancora più bravi a buttar via cose utilissime e nutrienti...-
Tacqui, per un secondo.
- Dunque, anche gli insetti possono... anche le zanzare, mi scusi?-
- Oh certo... ma quelle hanno il vizio di parlare troppo e di essere un filino troppo... pungenti, per i miei gusti... sa, ho una certa età, io. non mi mischio con la teppaglia...-
- Una certa età?-
- Esattamente. Allo stato attuale io ho un anno e mezzo di vita, circa...-
- Ed è molto?-
- Bè, consideri che l’aspettativa media di vita alla nascita per uno scarafaggio della mia specie, ovvero Periplata Americana, è di circa 52 settimane. Quindi si può dire che io abbia vissuto molto più della media, finora...-
- Capisco... Bè, ad ogni modo lei se ne deve andare, signore! Non posso tollerare di avere un insetto delle dimensioni del mio pollice che vive nell’intercapedine tra il mio frigo e la parete!-
- Ehi, senta un po’, giovanotto! Non penserà mica che siate belli voi? Senza antenne, nè scaglie... per la miseria, brutti siete proprio brutti...-
- Non mi interessa, e non credo che lei possa permettersi di esprimere valutazioni estetiche su di me o su qualunque rappresentante del genere umano. Per la miseria, voi vi rotolate nella merda!-
- Sciocchezze di gioventù, cosa vuole...-
- Bè, sciocchezze o non sciocchezze, martedì sera, in barba alla sua pretesa discrezione, si è fatto una bella passeggiatina sul pavimento della mia cucina proprio mentre io e la mia ragazza guardavamo un film! E posso assicurarle che lei non ha apprezzato...-
- Bè, avevo un po’ un bisognino. Sa com’è... si invecchia...-
- E si muore!- tagliai corto- Come preferisce che l’ammazzi? Con il gas o con un bel pestone?-
- Barbaro! Che barbaro! E come fa a parlare di gas, quando la sua specie ha sterminato milioni di suoi simili con quell’orrenda coltre verdastra che chiamavano Zyklon B? Che razza dimenticata da Dio!-
- Cosa c’entra l’Olocausto, adesso? Quelli erano tutti esseri umani, si chiamavano Levi, Singer, etc. Lei non so nemmeno se ce l’ha un nome, e soprattutto non mi interessa!-
- Ma... senta, non è possibile fare un accordo?-
Ero furioso:- No! O lei se ne va da casa mia immediatamente o le do la caccia, a costo di smontare il forno e il lavello, fin quando non avrò visto le sue zampe agitarsi nell’aria, agonizzanti!-
- Ascolti, buon giovane- l’insetto sembrava più conciliante, adesso- Lei capisce che alla mia età spostarmi da un appartamento all’altro è cosa assai pericolosa. Ci sono disinfestatori, signore delle pulizie, ragazzini vivaci e orrendi bavosi cani che capiscono una cosa solo dopo averla masticata... potrei morirne...-
- Si immagini quanto me ne importa!-
- La prego... resterò qui, in un angolino che mi dirà lei... la prego...-
Guardai un attimo le sue antenne afflosciate, e credetti di percepire la vecchiaia nei suoi gesti. Assurdaente mi ricordò mio nonno.
- La prego...- implorò, addolcendo la sua assurda voce alla Gabin.
Sospirai:- Lei... lei non uscirà dal suo buco o tana o come diavolo la vuole chiamare fintanto che io o chiunque altro saremo presenti in questa casa, è chiaro?-
Annuì vigorosamente.
- Inoltre si ciberà solo dell’immondizia che lascio fuori dalla porta, e solo in mia assenza-
- Certo, certo!-
- Io non intendo vederla mia più... soprattutto non mi lasci avere nemmeno il più remoto sospetto che lei abbia toccato una delle mie pentole o sia penetrato nel mio frigorifero. Altrimenti l’accordo salta. Chiaro?-
- Limpido-
- Bene... suppongo che potrà trovare un angolino nel battiscopa sotto la caldaia. Così, magari... anche d’inverno...- borbottai, concludendo- e comunque lei mi assicura che, si... insomma, è prossimo al trapasso?-
- Glielo assicuro, signore... E colgo l’occasione per ringraziarla sentitamente dell’opportunità che mi ha concesso... e... bè, le perdono il tentativo di soppressione di ieri. Credo di poter capire...-
- Grazie...- risposi, un po’ confuso.- Allora... che dire. Addio...-
- Si, addio. E’ stato un insolito piacere discorrere con lei, dopotutto...-
- Lo... lo stesso...-
- Arrivederci e tante care cose a lei e alla sua fidanzata. Le porga i miei omaggi-
- Non mancherò-
Ciò detto il vecchio scarafaggio scivolò zampettando giù dal frigorifero e si trasferì nella sua nuova casa.
Guardai le stoviglie, ben impilate sullo scolapiatti.
- Bè- dissi, forse ad alta voce- credo che per stamattina farò colazione al bar, si...-
